Febbraio, 2021

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Posted by: | Posted on: Febbraio 12, 2021

L’Oratorio come forza vitale, che trasuda da ogni crepa

 

Articolo per “La Fiaccola”  in occasione della Festa di San Giovanni Bosco – 2021

Non mi è facile descrivere cosa sia l’Oratorio in questi mesi. La prima parola che mi viene in mente è “attesa”. Non so se per necessità, per negligenza o per virtù, ma mi sembra che in questi mesi stiamo vivendo “in attesa”.

Attesa, perché siamo sospesi. Sospese sono le attività: dagli allenamenti alle catechesi (queste un po’ meno sospese, trovando anche altre modalità, ma modalità che sanno anch’esse di qualcosa di provvisorio, “in attesa di”). Anche lo spazio fisico parla di sospensione: i cancelli chiusi, i cortili vuoti, il salone del bar con le tapparelle abbassate, avvolto nel silenzio. Persino le stanze virtuali, che avevano visto un qualche movimento all’inizio della pandemia, ora paiono non essere più molto frequentate: le si è lasciate, come se fossimo in attesa di un cambiamento che si spera sempre imminente, anche quando continua a slittare un poco più in là. Ma attesa anche per un secondo motivo: perché appena si apre uno spiraglio, si presenta una possibilità concreta e realmente praticabile, è come un albero che cerca di germogliare di nuovo: certo, in forme timide, piccole, magari numericamente esigue e non da tutti condivise, eppure l’essenziale per poter ricominciare. Con l’affievolirsi dei colori, che dal rosso virano al giallo, sono ricomparsi in un fine-settimana di Gennaio le squadre di calcio sul nostro campone. Con un rosso meno apodittico rispetto a quello della scorsa primavera, abbiamo potuto accompagnare i nostri adolescenti durante tutto l’inverno, invitandoli ogni Domenica per l’Eucarestia in Oratorio o i nostri ragazzi di 2-3 Media e i gruppi dell’iniziazione cristiana per incontri di gruppo in presenza. Con la pausa estiva che ha visto il nostro territorio con trasmissione del contagio quasi ridotta a zero, abbiamo potuto ospitare un doposcuola con bambini di ogni dove che non avevamo mai conosciuto prima o radunare un gruppetto di maggiorenni per ridipingere, giorno dopo giorno, tutta la balconata dell’Oratorio. Nei primi mesi dell’autunno abbiamo potuto persino riaprire il salone del bar e sognare una tre giorni sulla neve per ragazzi e famiglie.

Attesa e sospensione ci hanno fatto toccare con mano una verità che dovrebbe essere chiara, ma che spesso continuiamo a travisare: che l’educazione, l’accompagnamento e l’annuncio del Signore Risorto non sono sostituibili con nessuna piattaforma, libro, pensiero o teoria. Perché si tratta di vita e la vita si trasmette solo vivendola insieme. Questo mi sembra essere uno dei punti cardine dell’intuizione dell’oratorio fin dai tempi della sua fondazione: che si cresce vivendo insieme, che si educa abitando la stessa casa, che si accompagna con la vita, non con l’incontro e “arrivederci alla prossima puntata”. Nonostante continuiamo a dirlo, la nostra formazione rimane ancora tanto segnata da un pregiudizio intellettuale: la fede non è più certo la dottrina, ma è ancora un insieme di idee e di visioni ideali; il catechismo non è più la scuola, ma è ancora un artefatto, un mix di attività, laboratori, giochi con la morale conclusiva. Ma così si rischia di non trasmettere la vita ma una teoria. Prova ne è che quando le cose non vanno come pensavamo dovessero andare (quando ci accorgiamo che nonostante le parole, le attività, gli incontri, non è passata la vita) siamo lì subito a incolparci di non aver parlato abbastanza, di non aver detto tutto o di averlo detto male e cerchiamo nuove e più numerose occasioni per parlare, spiegare, dire cosa bisogna fare. Ma la bellezza della fede è che non è una teoria, ma il dono di una vita nuova, l’aprirsi di un nuovo modo di vivere. E la vita si trasmette con altri modi, tempi, mezzi rispetto alla teoria: ha modalità organiche (vitali, appunto) non organizzative. Altro punto non indifferente: la teoria è un prendere o lasciare. Te la spiego, te la provo e te la dimostro e tu non puoi che dire di sì, perché se dici di no sei uno sciocco, uno stupido o un bugiardo. La vita invece è incontro, relazione: non si impone come una necessità logica, ma si offre come un dono da accogliere. Chiede non che tu sia messo a tacere da un’evidenza schiacciante, ma che tu sia disposto ad acconsentire: Venite e vedrete! Non è un prendere o lasciare, ma è un accompagnare su una strada che si costruisce insieme, con i , i forse e pure con i no: non ci testimonia proprio questo il gruppo dei Dodici nel racconto dei Vangeli? Un grande credente del secolo scorso – presbitero, scienziato, filosofo, teologo e persino martire – Pavel Florenskij, nelle prime pagine del suo capolavoro (La colonna e il fondamento della verità) mette nero su bianco come l’esperienza della fede sia vita e scrive così: «La vita ecclesiale è attinta solo dalla vita, non dall’astrazione, né dal raziocinio. Se poi si devono applicarle dei concetti, i più appropriati saranno quelli biologici ed estetici, non quelli giuridici o archeologici. Che cos’è l’ecclesialità? È una vita nuova, la vita nello Spirito. Qual è il criterio che legittima questa vita? La bellezza. […] Gli specialisti di questa bellezza sono i padri spirituali. […] L’ortodossia si mostra, non si dimostra».

Forse mi sbaglio, ma mi sembra che sia proprio per questo che l’Oratorio in questo periodo non può che rimanere in fondo in attesa, sospeso, e pronto a carpire ogni reale spiraglio che si apre per poter condividere la vita. In diverse occasioni e per vari motivi mi è capitato in questi mesi di dover sfogliare le foto dei Grest e dei Campi estivi di questi anni passati. Riguardi le foto e vedi ritornare volti e persone che anno dopo anno diventano grandi, cambiano. Ma non si tratta solo di corpi che crescono: dietro quei volti, vedi storie, giornate passate insieme, eventi piccoli o grandi, straordinari o quotidiani. In quei volti vedi legami che come fili silenziosi si intrecciano anno dopo anno: alcuni si spezzano, altri poi si ripigliano, alcuni si infittiscono, altri si sciolgono. Questa è vita e questa è la forza dell’Oratorio: la vita vissuta insieme. E sai di non essere l’organizzatore di una grande attività che alla fine del mandato scriverà la relazione dei suoi successi, sciorinando numeri di risultati ottenuti (o di sconfitte mal digerite). Sei un compagno nella vita di tanti fratelli e sorelle che ovunque andranno, qualsiasi strada prenderanno, rimarranno parte di te e tu di loro e tutti porteremo nel cuore la memoria grata della comunione vissuta, anticipo quaggiù del Regno di lassù, perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro o, come dice un caro amico, la vita eterna sono le relazioni.

E quindi che dire? Lasciamo germogliare la forza e la bellezza di questa vita insieme, infiltrandoci in ogni crepa del muro che è stato stretto per proteggerci, ma non per spegnerci.