Maggio, 2019

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Posted by: | Posted on: Maggio 25, 2019

Per prepararsi all’Assemblea del Discernimento

In preparazione al Discernimento Comunitario

Dal Discorso di Papa Francesco alla Diocesi di Roma

 

Primo inganno da cui difendersi: no a “risistemare” la parrocchia e l’Oratorio, a mirare a costruire qualcosa che funzioni

 La prima tentazione che può venire dopo avere ascoltato tante difficoltà, tanti problemi, tante cose che mancano è: “No no, dobbiamo risistemare la diocesi, mettere tutto a posto, mettere ordine”. Questo sarebbe guardare a noi, tornare a guardarci all’interno. Sì, le cose saranno risistemate e noi avremo messo a posto il “museo”, il museo ecclesiastico della città… Ma questo sarebbe il peccato più grande di mondanità, anti-evangelico. Non si tratta di “risistemare”. Abbiamo sentito gli squilibri della città, lo squilibrio dei giovani, degli anziani, delle famiglie… Oggi siamo stati chiamati a reggere lo squilibrio. Noi non possiamo fare qualcosa di buono, di evangelico se abbiamo paura dello squilibrio. E poi, su questa strada del “sistemare le cose” avremo una bella diocesi funzionalizzata. Sto pensando a una diocesi che ha tutto funzionalizzato: il dipartimento di questo, il dipartimento dell’altro, e in ognuno dei dipartimenti ha quattro, cinque, sei specialisti che studiano le cose… Quella diocesi ha più dipendenti del Vaticano! E quella diocesi si allontana ogni giorno di più da Gesù Cristo perché rende culto all’“armonia”, all’armonia non della bellezza, ma della mondanità funzionalista. E siamo caduti, in questi casi, nella dittatura del funzionalismo. È una nuova colonizzazione ideologica che cerca di convincere che il Vangelo è una saggezza, è una dottrina, ma non è un annuncio. E tanti inventano sinodi e contro-sinodi… che in realtà non sono sinodi, sono “risistemazioni”. Perché? Perché per essere un sinodo ci vuole lo Spirito Santo; e lo Spirito Santo dà un calcio al tavolo, lo butta per terra e incomincia daccapo.

 

Primo atteggiamento indispensabile per la riforma della Chiesa, dell’Oratorio, della Parrocchia: l’umiltà

 Tenete bene nella mente e nel cuore che, quando il Signore vuole convertire la sua Chiesa, cioè renderla più vicina a Sé, fa sempre così: prende il più piccolo e lo mette al centro, invitando tutti a diventare piccoli e a “umiliarsi” per diventare piccoli, così come ha fatto Lui, Gesù. La riforma della Chiesa incomincia dall’umiltà, e l’umiltà nasce e cresce con le umiliazioni. In questa maniera neutralizza le nostre pretese di grandezza. Solo chi segue Gesù per questa strada dell’umiltà e si fa piccolo può davvero contribuire alla missione che il Signore ci affida. Chi cerca la propria gloria non saprà né ascoltare gli altri né ascoltare Dio, come potrà collaborare alla missione? Chi cerca la propria gloria, come potrà riconoscere e accogliere Gesù nei piccoli che gridano a Dio? Tutto il suo spazio interiore è occupato da sé stesso o dal gruppo a cui appartiene – le persone come noi – per cui non ha né occhi né orecchie per gli altri. Quindi il primo sentimento da avere nel cuore, per sapere ascoltare, è l’umiltà e il guardarsi bene dal disprezzare i piccoli, chiunque essi siano, giovani affetti da orfanezza o finiti nel tunnel della droga, famiglie provate dalla quotidianità o sfasciate nelle relazioni, peccatori, poveri, stranieri, persone che hanno perso la fede, persone che non hanno mai avuto la fede, anziani, disabili, giovani che cercano il pane nell’immondizia, come abbiamo sentito… Soltanto in un caso ci è lecito guardare una persona dall’alto in basso: per aiutarla ad alzarsi. L’unico caso. Se l’orgoglio e la presunta superiorità morale non ci ottundono l’udito, ci renderemo conto che sotto il grido di tanta gente non c’è altro che un gemito autentico dello Spirito Santo. È lo Spirito che spinge ancora una volta a non accontentarsi, a cercare di rimettersi in cammino; è lo Spirito che ci salverà da questa “risistematizzazione” diocesana. Che tra l’altro è un gattopardismo: voler cambiare tutto perché nulla cambi.

 

Secondo atteggiamento indispensabile per la riforma della Chiesa, dell’Oratorio, della Parrocchia: il disinteresse

Il secondo tratto necessario è il disinteresse. Viene espresso nel brano evangelico della parabola del pastore che va in cerca della pecora che si è smarrita. Non ha nessun interesse personale da difendere, questo buon pastore: l’unica preoccupazione è che nessuno si perda. Abbiamo interessi personali, noi che siamo qui questa sera? Ognuno ci può pensare: qual è il mio interesse nascosto, personale, che ho nella mia attività ecclesiale? La vanità? Non so… ognuno ha il proprio. Siamo preoccupati delle nostre strutture parrocchiali? del futuro del nostro istituto? del consenso sociale?, di quello che la gente dirà se ci occupiamo dei poveri, dei migranti, dei rom? O siamo attaccati a quel po’ di potere che esercitiamo ancora sulle persone della nostra comunità o del nostro quartiere? Il disinteresse per sé stessi è la condizione necessaria per poter essere pieni di interesse per Dio e per gli altri, per poterli ascoltare davvero. Il Signore ha ascoltato il grido degli uomini che ha incontrato e si è fatto loro vicino, perché non aveva nulla da difendere e nulla da perdere. Lascia le novantanove pecore al sicuro e si mette a cercare chi si è smarrito. Noi, invece, siamo spesso ossessionati per le poche pecore che sono rimaste nel recinto. E tanti smettono di essere pastori di pecore per diventare “pettinatori” di pecore squisite. E passano tutto il tempo a pettinarle. Tante pecore? No. Dieci…, una piccola cosa… E’ brutto vivere così! Non troviamo mai il coraggio di cercare le altre, quelle che si sono perse, che vanno per sentieri che non abbiamo mai battuto. Per favore, convinciamoci che tutto merita di essere lasciato e sacrificato per il bene della missione. Che il Signore ci riempia il cuore dell’audacia e della libertà di chi non è legato da interessi e vuole mettersi con empatia e simpatia in mezzo alle vite degli altri.

 

Terzo atteggiamento indispensabile per la riforma della Chiesa, dell’Oratorio, della Parrocchia: sperimentare le Beatitudini

 L’ultimo tratto del cuore, necessario per ascoltare il grido e per evangelizzare, è avere sperimentato le Beatitudini. Le Beatitudini: significa avere imparato dal Signore e dalla vita dov’è la gioia vera, quella che il Signore ci dona, e saper discernere dove trovarla e farla trovare agli altri, senza sbagliare strada. Le Beatitudini sono teocentriche, guardano la vita, ti portano avanti, ti spogliano ma ti rendono più leggero nel seguire Gesù. Alle persone fragili, ferite dalla vita o dal peccato, ai piccoli che gridano a Dio possiamo e dobbiamo offrire la vita delle Beatitudini che anche noi abbiamo sperimentato, cioè la gioia dell’incontro con la misericordia di Dio, la bellezza di una vita comunitaria di famiglia dove si è accolti per quello che si è, delle relazioni davvero umane piene di mitezza. La mitezza accoglie ognuno come è. La ricchezza dei mezzi poverissimi, senza effetti speciali… Oggi, nell’incontro con i Rom, ho trovato suor Geneviève, che da 50 anni vive tra loro, anche con i circensi del luna park, in una roulotte. Semplice: prega, sorride, accarezza, fa del bene con le Beatitudini. I mezzi poverissimi dell’ascolto, del dialogo viso a viso, l’entusiasmo di lavorare insieme con coraggio per la giustizia e la pace, l’aiuto reciproco nel momento della fatica o della persecuzione, lo splendore quotidiano del contemplare con cuore puro il volto di Dio nella liturgia, nell’ascolto della Parola, nella preghiera, nei poveri… Vi sembra poco tutto questo? Questa è la strada.

Pensiamo di dovere offrire altro al mondo, se non il Vangelo creduto e vissuto? Non scandalizziamo i piccoli. Non cadiamo nell’indifferenza. Se offriamo lo spettacolo di una comunità presuntuosa, indifferente, interessata, triste, che vive la competizione, il conflitto, l’esclusione, ci meritiamo le parole di Gesù: “Non ho bisogno di voi, non mi servite a nulla. Anzi, poiché rischiate di fare molti danni – direbbe Gesù – sarebbe meglio che spariste, buttandovi nel fondo del mare”. Per non scandalizzare. Roma è un po’ lontana dal mare, ma si può dire: “Vatte a butta’ ner Tevere”.